Veronica Vecera recensisce “Diario di un condannato a morte”

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Veronica Vecera

Io non faccio recensioni di libri, perché la sintesi è un dono che non possiedo e perché limitare ad un commento di poche righe il lavoro impresso in pagine e pagine mi sembra riduttivo. E arrogante. Come se stessi dicendo all’autore: “sì, bravo, quello che tu hai detto in 200 pagine io lo riassumo in 10 righe: potevi far meglio”. Ma. Ma. C’è sempre un ma. In questo caso, è un “ma per Alessandro”. Ma per Alessandro, sì. Chiaramente, lo farò a modo mio, quindi chiedo scusa in anticipo perché non sono brava a conformarmi. Perché non vi racconterò la trama, o il personaggio (quello lo farà Alessandro, quando avrete il suo libro tra le mani). Io mi limito – nel senso che ci provo, poi vediamo se riesco ad essere limitata – a parlarvi del tema. Un tema che riguarda tutti, anche se il titolo potrebbe essere fuorviante, da questo punto di vista. Perché il tema, ladies and gentlemen, il motivo per cui questo libro dovreste leggerlo (e a scuola dovrebbero insegnarlo) è il valore della Vita. Della vita in generale, non solo quella del protagonista (mi accorgo ora di non averlo ancora detto, ma si tratta di una storia vera, cioè della vita vera di un uomo vero. Il che rende tutto ancor più inquietante, già). Dicevo, non si parla solo della vita del protagonista, in perenne pericolo, ma della Vita, del valore che la Società, quella con la S maiuscola, le dà. Una Società che considera, per stabilire una condanna a morte, “che il concetto di “crimine violento” si applica quando la vittima è tenuta prigioniera ed è consapevole che sta per morire; costringere la vittima a prendere in considerazione la sua morte imminente, mentre è impossibilitata a scappare, costituisce aggravante importante e può portare ad una condanna a morte. Allo stesso modo, la pena capitale si applica quando vi è “un’intensa premeditazione”, ovvero quando l’uccisione è il risultato di un piano ben congegnato”. Parole e definizioni della stessa Società che “applica, di fatto, tutte queste aggravanti a tutte le esecuzioni che compie! Noi (detenuti del braccio della morte) siamo ben consapevoli di morire (altroché!) ed è tutto assolutamente premeditato…”.

Fa riflettere, detto così? Lo spero. Perché dovrebbe. Lo stesso protagonista dubita, di fronte ai crimini più efferati commessi, che la pena di morte sia sbagliata. Lui stesso, che a morte è condannato (non vi svelo il perché, perché altrimenti vi toglierei il piacere di scoprire quanta ingiustizia ci sia nella Giustizia, data la definizione precedente di crimine violento. Tengo solo a precisare che non è questo il caso, tranquilli: anche chi è di stomaco debole – e mi includo in questo gruppo, senza problemi – lo può leggere). Dicevo, lui stesso, che a morte è condannato, riconosce che “si tratta di casi come questi che rendono difficile non giustificare la pena di morte…”.

Ma riconosce anche che il “il cittadino medio vuole disperatamente credere nella bontà, la correttezza e la competenza del sistema e in realtà non vuole sapere quanto è fatto male. La persona media crede che il sistema sia come in Law and Order, dove i poliziotti e pubblici ministeri sono sempre onesti e dove solo i veri cattivi vengono arrestati. […] Ma quando il Dio della morte è stato invocato, bisogna placare la sua sete di sacrifici umani! Dopo tutto, nulla proclama al mondo la nostra modernità e civiltà come l’uccisione metodica e premeditata dei nostri cittadini, non credete? […] E mi chiedo come sia possibile che uomini che non mi conoscono, che non mi hanno mai incontrato, possano essere ansiosi, desiderosi, felici di vedermi morire. Non mi dà fastidio, ma mi chiedo se un giorno proveranno rimorso, o quantomeno delusione, per aver desiderato così tanto far morire qualcun altro”.

Non conosco la vostra posizione riguardo la condanna a morte – continuo tutt’ora a rimuginare sulla mia, di fronte a questi scritti e alla violenza inaudita di cui si sente parlare quotidianamente da qualsiasi parte del mondo – ma che siate favorevoli o contrari (o nel peggiore dei casi, che non vi siate mai posti il problema), questo libro fa per voi. Questo libro “di nicchia”, che è in realtà per tutti. Perché apre gli occhi, se non la mente. Perché fa vedere letteralmente il mondo con gli occhi di un altro. Quelli di una persona che non ha altro da fare che pensare e documentarsi e leggere e che osserva il mondo in cui non può vivere, in modo critico come solo chi non ne fa parte può fare (diversamente, invece, per tutte le questioni legali riguardanti la pena capitale). Perché “c’è una enorme differenza tra il contemplare la tua morte in astratto e invece considerarla quando è un’assoluta, innegabile, verità, ovvero quando stai contando il numero di giorni che ti rimangono sulla Terra”.

Leggetelo. Non rimarrete delusi.

Potete trovare Veronica Vecera su Instagram.

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